S.

Opere in I edizione nel 2018

Massimo Rocchi Bilancini
Costi quello che costi
(Il mio incontro difficile con la beata Madre Speranza di Collevalenza)
Futura edizioni, Perugia, 2018, pagine 410, euro 20,00

Testo molto ampio e ben documentato su un grosso caso di abuso della credulità popolare attuato da una fanatica suora spagnola trapiantata in Umbria.

Madre Speranza di Gesù (1893-1983) è stata un’abile impostora filofascista, simulatrice di santità, manipolatrice di persone, plagiatrice di scritti altrui, sfruttatrice di manodopera femminile a costo quasi zero, falsificatrice di stimmate ecc.

Appoggiandosi ad alti gerarchi fascisti spagnoli e a nobildonne ricchissime riuscì, partendo dal nulla, ad edificare un grandioso santuario a Collevalenza in provincia di Perugia.

Il testo presenta vari spunti satirici: “Il Dio di Madre Speranza, lo abbiamo visto, è un Dio bancomat”, “Madre Speranza però non si fida del tutto di Gesù, così sembrerebbe” ecc.

L’Autore svela l’aspetto ipocrita dell’atteggiamento di certi religiosi verso i poveri: “Non è mai in Madre Speranza sentimento sincero e disinteressato quanto invece finalizzato alla santificazione della propria persona”.

La sua religiosità è tinta di aspetti macabri, così riassunti in una breve poesia allegata al paragrafo 55: “Ambasciatrice di morte, le tue parole funeree stimolo di più intenso fervore”. La sua biografia è piena di morti improvvise e premature di persone con cui ebbe contatti, un capitolo del libro è intitolato “Cimiteri”. Così minacciava di morte un operaia che non sgobbava abbastanza nel suo laboratorio tessile: avendo offeso Gesù con la tua pigrizia “penso che ti porterà via molto presto, perché non turbi oltre la pace e finisca di incitare le altre a smettere di lavorare”.

L’Autore esplicita chiaramente i suoi dubbi sul possibile avvelenamento da arsenico ai danni della sua ricca benefattrice spagnola Maria Pilar de Arratia: “atroce e ineffabile dubbio circa le cause reali della morte dell’amica e benefattrice Maria Pilar” morta nel parlatorio del convento romano di Madre Speranza il 29 agosto 1944. Si citano casi di veneficio con arsenico avvenuti nel 1938-1939 in luoghi religiosi frequentati da Madre Speranza.

Dopo avere per decenni raccolto fondi per costruire un ospedale a Collevalenza, nel 1970 decide di abbandonare definitivamente l’idea “dirottando tutti i fondi a fini esclusivamente religiosi”. Un evidente caso di abuso della credulità popolare!

Per i malati si gabellano miracolose guarigioni grazie all’acqua di un pozzo scavato in loco: “che a Collevalenza si volesse ricopiare, anzi, scimmiottare il modello di Lourdes era una voce sulla bocca di molti”.

L’Autore demolisce anche il presunto miracolo per il quale Madre Speranza è stata beatificata: consisteva in “una banale intolleranza alimentare e in una connessa dermatite”. Un altro presunto miracolo consisterebbe nel “prodigioso aumento della minestra” del convento! La suora millantava addirittura bilocazioni, lievitazioni e apparizioni privilegiate nello studio di Mussolini!

Molto interessanti le velenose calunnie e diffamazioni di cui Madre Speranza sarebbe stata vittima ad opera di altre religiose e preti vari suoi nemici: “gravi accuse”, “cose strane su di me”, “la calunnia che rubavo la biancheria dei malati dell’ospedale” ecc.

Infine da segnalare la fuga d’amore della consorella suor Consuelo con certo signor Ilario, commissario di bordo su un aereo della linea Roma-Madrid.

Pierino Marazzani, ottobre 2018

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Marialuisa Lucia Sergio (a cura di)
Alcide De Gasperi
Diario 1930-1943
Società Editrice il Mulino, Bologna, 2018, pagine 271, euro 22,00

Il testo è ricchissimo di testimonianze e documenti sulle complicità clerico-fasciste ai più alti livelli poiché De Gasperi, dal 1929 al 1943, fu assunto come bibliotecario nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

La vera novità del libro è un documento riprodotto integralmente a pagina 253, proveniente dall’Archivio Segreto Vaticano, redatto e sottoscritto dal vescovo di Treviso, Andrea Longhin, datato 24 gennaio 1928: il documento prova in maniera inequivocabile come il Vaticano fosse a conoscenza della presunta trigamia di Mussolini. Si era sposato civilmente alla presenza del Sindaco Caldara di Milano con una “Maestra nel Mantovano”. La trentina Ida Dalser si dichiarava “la moglie legittima di Mussolini, col quale affermava di aver fatto il matrimonio anche religioso”.

Il testo ovviamente riporta poi il noto matrimonio religioso di Mussolini con Rachele Guidi presunta “figlia d’una amante del padre di Mussolini stesso”.

Probabilmente il Vaticano si servì di tali ricerche sui fatti privati personali di Mussolini non certo a fini morali, ma per ricattarlo e quindi ottenere ancora più soldi e privilegi nel corso delle delicate trattative segrete culminate nella firma del concordato clerico-fascista del 1929.

La totale miseria morale clericale emerge ancora più chiaramente nelle note a pagina 253: nel Fondo Spogli di tale archivio papale si ritrovano due cartoline del 1926 in cui si denuncia l’arbitraria detenzione in manicomio di Ida Dalser.

Ovviamente il Vaticano nulla fece, il suo quotidiano “non ufficiale” L’Osservatore Romano nulla scrisse e Radio Vaticana nulla disse: Ida Dalser, perfettamente sana di mente, e suo figlio Benito Albino Mussolini morirono entrambi in manicomio!

Inutile dire che anche le suore e i cappellani manicomiali sapevano tutto su tali illustri ricoverati ma tacquero sempre, sia da vivi che da morti, non lasciando nemmeno una riga di testimonianza a discarico della loro coscienza su tali clamorosi e iniqui misfatti nei loro testamenti!

De Gasperi aveva il dente avvelenato con l’arcivescovo di Milano, cardinale Schuster, per cui ne annotava fedelmente i numerosi episodi di smaccato filo-fascismo: ad esempio, nell’“Archivio Alcide De Gasperi”, si conserva uno scritto del 1930 su Schuster in cui il “card. di Milano per l’annuale dei fasci (23 M.). Vi assicura che il Papa e l’ Italia cattolica hanno benedetto il fascismo fin dal principio”. Si cita anche un suo compromettente discorso al Corso di Mistica fascista intitolato “Costantino e la Marcia su Roma”.

Cosa ci sia di spirituale nell’assassinare o bastonare a sangue gli avversari politici, preti compresi vedi don Minzoni, è un’evidente contraddizione dell’ipocrisia clericale.

Anche il fondatore dell’Università Cattolica, padre Gemelli, è molto presente in questo diario: per esempio si cita un suo articolo filo-fascista comparso su un numero di Rivista Internazionale di Scienze Sociali del 1933 in cui “celebra il discorso tenuto da Mussolini al Consiglio Nazionale delle Corporazioni”.

Pio XI viene presentato dalla curatrice e dall’editore come una specie di cripto-antifascista citandone nel risvolto di copertina una frase del 1938, mai ripresa da L’Osservatore Romano e mai citata da Radio Vaticana: “Sì, sì il fascismo è il nemico; non mi stanco di ripeterlo…”.

E allora come si spiegano le onorificenze conferite dal Vaticano a Mussolini?

Si è mai visto nella storia del papato un pontefice che conferisce un’onorificenza a un suo nemico?

Allora come oggi il Vaticano si astiene da ogni scomunica contro i partiti che sostengono teorie razziste e militariste in palese contraddizione con l’amore evangelico.

A difesa di Pio XI si può solo dire che era circondato da cardinali e monsignori di curia, quasi tutti molto più amici del fascismo di lui, come risulta chiaramente anche da questo libro.

Anche Pio XII è ampiamente contemplato: i suoi intimi rapporti con Mussolini sono inequivocabilmente provati da una lettera del 24 aprile 1940: “lettera personale a Mussolini dandogli del tu”. In quello stesso anno De Gasperi riferisce su una visita in Vaticano del gerarca nazista Ribbentrop, impiccato poi nel 1946 come criminale di guerra: Pio XII si limita a sottolineare il pieno patriottismo dei cattolici tedeschi. Dallo scritto di De Gasperi non risulta alcun ammonimento papale contro le barbarie naziste delle quali si era avuta già crudele evidenza nella Polonia occupata l’anno precedente.

Infine De Gasperi se la prende anche con i cardinali tedeschi: il cardinal Faulhaber nel 1933 definiva il nazismo come “una rinascita protestante” calunniando la Chiesa Luterana tedesca poiché, come è ben noto, Hitler e Himmler erano entrambi cattolici.

In questo diario lo statista trentino annota una frase di tale cardinale in cui “espresse in una visita a L’Osservatore Romano la sua meraviglia che nei circoli ecclesiastici di Roma si comprendesse così poco la perniciosità del movimento hitleriano”.

Sul sospetto avvelenamento di un noto prete antifascista di Firenze De Gasperi ci lascia una sua frase sibillina il 18-4-1933: “Quante volte mi disse che l’atmosfera irrespirabile gli avvelenava lo stomaco”. Stava preparando scritti satirici antifascisti.

Pierino Marazzani, novembre 2018

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Franco Schirone
I Provos, i Beatniks e l’Anarchia (1966-1967)
testo autoprodotto, Milano, 2018, (info tel. 389.803.4614)

Breve saggio storico, corredato da ben 98 pagine di documenti dell’epoca, contenente ampi riferimenti a carattere anticlericale e antireligioso.

L’autoritarismo dogmatico, presente in quasi tutte le religioni, ma soprattutto in quella cattolica, era uno dei bersagli di quella generazione di giovani ribelli.

Il libro riporta uno “statuto” del gruppo “Provos Milano 4” in cui si criticano “tutti i ricatti clericali” e si sollecita l’istituzione di “Centri di educazione sessuale ed incoraggiamento degli anticoncezionali”. Si auspica l’abolizione della censura cinematografica e teatrale che sarà poi attuata compiutamente in Italia solo circa 30 anni dopo. Al punto 11 si sostiene un “rifiuto delle religioni che nascondono il pudore del vero”. Si afferma che bisogna sostituire la morale religiosa con “una morale liberamente scelta”, di conseguenza l’aborto andava liberalizzato per salvare le donne dai “cucchiai d’oro” e dalle molte complicanze degli aborti clandestini fatti da personale non medico in condizioni igieniche disastrose.

Il testo fornisce impressionanti dati statistici secondo cui “Trentamila donne muoiono di aborto clandestino”.

La lotta contro il regime clerico-fascista spagnolo del generalissimo Franco era portata avanti con decisione in quegli anni: si fecero iniziative clamorose come il sequestro di monsignor Ussia, manifestazioni continue davanti ai consolati spagnoli (a Milano partecipò anche il sottoscritto), lanci di oggetti e frutti vari contro i negozi delle linee aeree spagnole Iberia ecc. Si fecero manifestazioni sacrileghe perfino la notte di Natale in piazza Duomo a Milano e in piazza San Pietro a Roma.

Pierino Marazzani, 23 marzo 2019

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Stefano Tabacchi
La strage di San Bartolomeo
(Una notte di sangue a Parigi)
Salerno Editrice, Roma, 2018, pagine 152, euro 13,00

Saggio storico-politico corredato da Bibliografia e Indice dei Nomi su un terribile massacro di calvinisti, noti in Francia col nome di ugonotti, “Frutto di cieco fanatismo religioso” posto al servizio della dinastia dei Valois.

Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 e nei giorni seguenti, a Parigi e nel resto della Francia, i cattolici scatenarono una delle tante terribili stragi di cui è costellata la loro sanguinosa storia (“sacro macello” della Valtellina nel 1620, stragi delle valli valdesi in Piemonte, massacri della crociata contro gli albigesi, massacri delle comunità ebraiche renane del 1098 in occasione della I crociata ecc. ecc.).

La macabra copertina del libro, una Francia colorata di rosso-sangue che scola a gocce e una crocetta bianca in corrispondenza di Parigi, rendono bene gli effetti e la matrice integralista cristiana di questa strage. Era dal secolo XIII, quando vi furono massacri e roghi di massa di catari e valdesi, che la Francia non era teatro di tali efferatezze, fatte anche in nome di una fede religiosa in cui si mischiarono sempre odi politici ed etnici.

Il testo fa nomi e cognomi di due istigatori: Arnauld de Sorbin detto “Santa Fede”, un fanatico predicatore cattolico, e Simon Vigor, arcivescovo e teologo del re. Entrambi da anni auspicavano lo sterminio degli eretici. La strage fu poi celebrata da un gran numero di testi cattolici soffermandosi specialmente “sul significato religioso del massacro” senza mai provare il minimo dubbio etico su tale carneficina.

Alle stragi di massa i cattolici affiancarono gli omicidi mirati: il capo dei calvinisti francesi ammiraglio Coligny fu ferito da un colpo di archibugio mentre circolava tranquillamente a piedi in una via di Parigi per poi essere assassinato in casa sua mentre giaceva ferito a letto, i re filo-calvinisti Enrico III ed Enrico IV morirono pugnalati da due frati che si fingevano questuanti.

I cattolici non ebbero pietà nemmeno per i cadaveri dei calvinisti: il corpo di Coligny fu trascinato per le vie di Parigi, castrato, mutilato degli arti, decapitato e infine appeso a una forca. Circa 1.800 cadaveri di eretici finirono nella Senna. Il corpo dell’illustre matematico Pietro Ramo fu appeso e vivisezionato tipo macellazione suina. La moglie incinta dell’eretico Philippe Le Doux, dopo essere stata assassinata, fu sventrata, il feto estratto e gettato nella strada ecc.

In quel pazzesco clima di fanatismo omicida irrazionale il testo segnala che nel giugno 1572 anche “molti italiani erano stati uccisi nel corso di un tumulto xenofobo sulla base dell’accusa di avere rapito e ucciso bambini e di praticare la stregoneria”.

Da un punto di vista laicista è interessante la notizia che questo libro ci fornisce a proposito della tassazione del clero. Dopo ampia discussione, gli Stati Generali di Francia riuniti a Orleans obbligarono il clero ad accettare di versare una grossa cifra annua più una somma forfettaria per “riscattare il demanio reale alienato e la riduzione del debito” pubblico.

Solo dal 13 aprile 2016 una targa commemorativa ricorda ai parigini e ai turisti questo tragico eccidio.

I principali capi della fazione cattolica francese, implicati nella strage di San Bartolomeo, pagarono con la vita nel 1588 i loro mostruosi delitti: il duca di Guisa fu massacrato a colpi di spada dalla guardia personale di re Enrico III e suo fratello, il cardinal Luigi, fu giustiziato poco dopo!

Pierino Marazzani, aprile 2019

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Ennio Montesi
Sporco Dio
(Teologia in Neurologia)
Golena Edizioni, Roma, 2018, pagine 212, euro 14,00

Testo di violentissima e provocatoria polemica anticlericale e antireligiosa redatto in forma di dramma-commedia teatrale.

Secondo l’Autore “Atei si nasce, indottrinati imbecilli malati mentali volontari della religione si diventa”. Si contesta frontalmente la dottrina cattolica della Divina Provvidenza affermando che “Pregare non ha mai salvato nessuno” da un qualsiasi tipo di disgrazia. Si presentano paragoni blasfemi fra le presunte apparizioni mariane e quelle di note favole e fumetti vari. Tali dissacranti affermazioni provocano ilarità in alcuni personaggi inseriti nel libro: “Ascanio, Bordero e Lisa scoppiano a ridere in un riso a dirotto, incontrollato, riprendendo il fiato fra un riso e l’altro”.

Quanto alla teologia cattolica, è liquidata con frasi sprezzanti che negano ogni veridicità alle sue elaborazioni: “Occorre una fantasia sfrenata per inventarle di così enormi”. Si cita un noto ex prete italiano passato all’ateismo secondo cui la dottrina cattolica contiene “solo stupidaggini, favole e solo favole raccontate pure male”.

La reliquia del prepuzio di Cristo, fatta sparire dal Vaticano all’inizio del secolo XX, e gli evirati cantori del coro pontificio sarebbero stati un evidente prova del più bieco fanatismo dogmatico clericale!

La polemica contro le reliquie passa poi a criticare il presunto “latte della Madonna” e i “tanti chiodi della croce di Cristo che, fondendoli tutti insieme, ci si potrebbero costruire decine di carri armati”, pare poi che “18 dei 12 apostoli sono sepolti in Spagna”.

La frase che paragona cardinali e certi vescovi ai faraoni egizi a causa dei loro lussi sfarzosi è stata veramente profetica in quanto ripresa da papa Francesco nel 2019.

La santissima trinità è beffeggiata con acuti ragionamenti su presunti intrecci familiari divini. Si riprendono noti ragionamenti filosofici anti-religiosi di epoca greco-romana tra cui il “Paradosso di Epicuro”. Anche i frequenti insulti tra fideisti sono un’evidente prova indiretta della loro malafede. Infatti “Ogni adepto-seguace di una religione dà dell’imbecille agli adepti-seguaci delle altre religioni concorrenti”.

Il testo segnala la crisi del clericalismo in Italia tanto che si devono importare numerosi preti stranieri per coprire gravi carenze numeriche di parroci, specie nelle regioni centrali. A questo proposito si noti l’evidente incoerenza evangelica del Vaticano: nei testi sacri cattolici si prescrive chiaramente di predicare a tutto il mondo senza alcun particolare riguardo per l’Italia, al contrario si importano preti da nazioni dove c’è un prete ogni ventimila abitanti per mandarli in Italia dove c’è un prete ogni circa mille abitanti!

L’Autore nota giustamente che i preti malati si fanno curare dai medici con farmaci costosi ed interventi chirurgici complessi, evidentemente non si fidano delle loro miracolose reliquie e vanno ai più famosi santuari solo a scopo turistico-accompagnatorio dei pellegrini per abusare della credulità popolare!

Pierino Marazzani, aprile 2019

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Roberto Renzetti
La grande rapina
I riti pagani diventano cristiani-Indagine sull’evoluzione del cristianesimo
Tempesta Editore, Roma, 2018, pagine 299, euro 19,00

Ampia dissertazione erudita, corredata da bibliografia, sitografia e iconografia, che mostra “la successiva ripresa di ogni aspetto misterico di diverse divinità che si potessero inserire” nel credo cristiano traendole da culti antecedenti. Secondo l’Autore “il cristianesimo ha preso qua e là tutto il possibile dalla religione e cultura pagane”: il cristianesimo rapina miti e culti pagani a più non posso!

In particolare tutti i resoconti che riguardano Gesù Cristo si riscontrano anche nei miti riguardanti altre presunte divinità salvatrici. Ciò viene evidenziato così massicciamente che sembrerebbe addirittura che non fu il cristianesimo a inglobare il paganesimo ma, al contrario, fu il paganesimo a fagocitare il cristianesimo.

Il libro ha vari spunti polemico-satirici in cui, da un lato, si satireggia, per esempio, sulle reliquie, e dall’altro sulla “plebaglia cristiana” che è accusata di aver raso al suolo insigni monumenti classici solo perché erano stati eretti per il culto pagano (vedi la copertina del libro).

La falsità dei miracoli e di molte reliquie è affermata chiaramente in vari paragrafi: sono quasi tutti abusi della credulità popolare mossi dalla cupidigia di preti e frati o dal fanatismo religioso! Anche i vescovi partecipavano a tale colossale opera di inganno del popolo ignorante e analfabeta: per esempio il vescovo Eusebio di Cesarea è definito dall’Autore “il più bugiardo storico dell’antichità”.

Il libro elenca un infinità di riti, feste e miracoli scopiazzati da quelli pagani: ad esempio il miracolo della resurrezione di Lazzaro è troppo somigliante a quello in cui “un tal El Azarus” sarebbe stato resuscitato dal Dio egiziano Orus. Le sovrapposizioni fra culto egizio e cristianesimo sono moltissime. L’ascensione di Cristo al cielo riprende un’analoga miracolosa trasvolata di Osiride descritta nei Testi delle Piramidi.

Leggendarie madri vergini sono sempre presenti nei culti pagani del Vicino e Medio Oriente, la vicenda della predicazione morte e resurrezione di Cristo non è altro che “una sorta di ripetizione del mitraismo con il battesimo, il pane e il vino (il corpo e il sangue del morto)”. Miracoli simili a quello delle nozze di Cana si ritrovano nei culti dionisiaci ecc.

Tra mistificazioni ed invenzioni ci si accorse che non si conosceva il luogo della tomba di Maria madre di Gesù (possibile prova indiretta della sua inesistenza) e quindi per coprire l’evidente contraddizione “fu inventata l’assunzione in cielo” della Madonna!

Anche le preghiere furono copiate dai culti pagani: secondo l’Autore “tra le preghiere note ai persiani vi erano il Pater, il Credo e il Confiteor”.

In conclusione il testo accusa la casta sacerdotale cattolica di essere “una gerarchia padronale, reazionaria, alleata con il peggio dell’universo del potere”. I suoi insegnamenti sono “misogini, ottusi, che garantiscono la condizione dei privilegiati del mondo e condannano i deboli e i meno abbienti alla miseria e alla rassegnazione”.

Pierino Marazzani, maggio 2019

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Stephen Hawking
Le mie risposte alle grandi domande
Rizzoli, Milano, 2018, pagine 199, euro 17,00

Saggio in parte autobiografico, con postfazione di sua figlia Lucy, che raccoglie l’autorevole opinione del famoso scienziato inglese (1942-2018) su dieci tematiche, tra cui le prime tre sono di particolare interesse per noi atei e agnostici.

Alla domanda sulla esistenza di Dio, il presunto Dio creatore onnipotente onnisciente cristiano fatto a immagine e somiglianza dell’uomo-maschio, è respinto nettamente dall’Autore: “In accordo con le leggi della scienza, io ritengo che l’universo si sia spontaneamente creato dal nulla…le leggi della scienza determinano la sua evoluzione…Dio non avrebbe alcuna libertà”. Più avanti è ancora più esplicito: “Io ho fede? Ognuno di noi è libero di credere quello che vuole, anche se a mio avviso la spiegazione più semplice è che non esiste alcun Dio. Non c’è nessuno che abbia creato l’universo o che manovri il nostro destino”.

L’universo è stato determinato dalle leggi della scienza e non da un presunto Dio padre su cui l’Autore satireggia: “In ogni caso, se esistesse un Dio così, vorrei chiedergli come gli è venuta in mente una cosa così complicata quanto la teoria M in 11 dimensioni”.

Il principio che sta dietro al Big Bang è una cosa chiamata “energia negativa” che attualmente si trova nello spazio: “questo è il principio che sta dietro a ciò che è avvenuto all’inizio dell’universo”.

Nel mondo sub-atomico far apparire qualcosa dal nulla è possibile: non c’è stato bisogno di alcun creatore divino per porre le condizioni per la grande esplosione del Big Bang, esse sono basate solo su complesse “leggi quantistiche”.

Hawking difende anche l’evoluzionismo darwiniano e il suo concetto di base “di una selezione naturale delle mutazioni”.

Fra i vari riferimenti autobiografici sparsi per vivacizzare il libro l’Autore racconta “quando feci quasi piangere un curato con il mio attento esame della sua prova dell’esistenza di Dio”.

Pierino Marazzani, maggio 2019

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Lorenza Franco
L’invidia dell’utero
Edizioni Nuove Scritture, Abbiategrasso (Milano), 2018, pagine 71, euro 10,00

Nuova raccolta poetica della coltissima atea e libera pensatrice milanese di origine valtellinese Lorenza Franco. Sono versi che appartengono alla sua più recente stagione poetica (2015-2016) ma sono anche versi “sparsi” recuperati da un’accurata ricerca del figlio Giovanni Bonomo, ateo militante, fra le carte dell’autrice.

Nella poesia Il dubbio si esalta la “straordinaria purificazione” dalle fantasie fideistiche apportata da tale atteggiamento scettico. Infatti per l’Autrice “lo scetticismo è apportatore di vera pace e vera civiltà”.

La negazione di ogni asserito fasullo “aiuto dall’alto” è contenuta nella poesia Il ghiaccio nel cuore. Eventuali aiuti nei travagli della nostra vita potrebbero venire solo “da un amico che ti vuole bene”.

Nella poesia intitolata Iniziazione (Halloween) si definisce la religione un “Nulla camuffato da Mistero” creato da fantasiosi fideisti adoratori di un “oscuro Dio che forse neanche esisti”.

Due poesie contro le campane di Ponte in Valtellina (Sondrio), ne segnalano “l’infame tranello: ogni mezz’ora suonan le campane”. Il turista malcapitato ignaro “dalle campane ognidì frastornato”. Basta con questo “cattolico adescamento”! In questo paese “sparge nell’aria insidioso un veleno quel campanile che sta a me di fronte”.

L’Autrice satireggia poi su dogmi cattolici: “Se son questi i suoni celestiali, il paradiso sarà poco ambìto”. Non si salva nemmeno l’Eucarestia: “Vile mentalità sacrificale,/ interpretata dallo scampanio,/ per annunciare che si ammazza Dio/ e lo si mangia su un crudele altare”.

Nella poesia Madri e Veneri si ricorda la “ferocia dell’Inquisizione” che “annienterà del tutto gli iniziati” con le vecchie pratiche idolatriche nel vecchio e nel nuovo mondo.

Ottima la poesia Senofane in cui si satireggia sulla superbia umana che ha inventato un Dio supremo onnipotente a sua immagine e somiglianza: perfino le zanzare sono convinte che Dio ha creato i mammiferi al loro servizio, in particolare i cavalli. L’ironica poesia così finisce: “si tuffò nello stagno infastidita/ da queste assurdità una verde rana,/ sdegnando di abbassarsi a una smentita/ che il dio batrace riterrebbe vana”.

Pierino Marazzani, giugno 2019

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Emanuela Provera e Federico Tulli
Giustizia Divina
(Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)
Chiarelettere, Milano, 2018, pagine 184, euro 16,00

Il testo si apre avanzando dubbi sulla buona fede di papa Francesco quando afferma di voler realmente combattere il cronico fenomeno dei preti pedofili.

Gli Autori, dopo un’accurata indagine, scoprono che in carcere vi sono preti detenuti non solo per pedofilia ma anche per altri gravi reati. Addirittura vi è un parroco omicida.

Si riscontra nel clero cattolico una doppia morale che affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato: si presenta il caso del confessore don Inzoli, soprannominato “Don Mercedes” per essersi arricchito grazie alla sua presunta vocazione spirituale! Si denunciano le complicità statali che garantiscono al clero “evidenti privilegi per gli ecclesiastici che nessun altro cittadino può avere”.

La Chiesa cattolica è uno “Stato nello Stato”, pericoloso sia dal punto di vista morale (pedofilia e simili) sia economico, con particolar riguardo ai traffici di capitali tramite lo IOR. La trasparenza in Vaticano è una pura finzione e i nunzi apostolici continuano a usare cifrari per evitare di far conoscere le loro segretissime relazioni.

I vescovi sono specializzati nell’occultare gli abusi dei propri sacerdoti diocesani rendendosi così complici delle loro nefandezze. Il testo fa l’esempio della diocesi di Boston i cui scandali hanno ispirato film da Oscar. Anche la descrizione della testimonianza della vittima di un prete pedofilo della diocesi di Napoli ci fa capire come in tali strutture tutto sia congegnato per cercare di favorire il sacerdote accusato.

I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e, dopo che i preti sono stati espulsi dalla Chiesa, nessuno in Vaticano si occupa di segnalare i loro nomi alle autorità civili: parziale secretazione e divieto di stampa degli atti processuali servono a soffocare gli scandali.

Il testo segnala anche casi di tortura: il prete esorcista campano don Barone percuoteva i presunti indemoniati.

Infine, nei centri di recupero dei preti, in crisi per i più svariati motivi, “periodicamente viene distrutta tutta la documentazione”, con ciò ostacolando anche eventuali studi psicologici o sociologici sui misfatti clericali.

Pierino Marazzani, settembre 2019

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Franco Schirone (a cura di)
Il ferroviere di San Siro
(Giuseppe Pinelli e la ripresa dell’Unione Sindacale Italiana a Milano)
Edito da Associazione Culturale “Pietro Gori” e Unione Sindacale Italiana (USI-CIT), Imola (CM Bologna), 2018, pagine 85, euro 10,00

Saggio storico ricchissimo di documenti e qualche foto relativi alla Milano operaia e sindacalista nel periodo 1968-1969.

Proprio in quegli anni il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, vilmente assassinato nella Questura di Milano, fu attivo militante sindacalista fino alla sua tragica morte.

Il testo segnala gli abusi commessi dai “negrieri e commercianti di carne umana” delle cosiddette “Carovane”, che già in quegli anni sfruttavano gli immigrati meridionali ed oggi si arricchiscono ancora di più sfruttando gli extracomunitari. Tali attività criminose si svolgono spesso con palesi complicità e connivenze degli apparati dello Stato.

Il testo riporta anche due volantini anticlericali del 1969 in cui si critica l’opportunismo del Vaticano che si appropria della Festa del Primo Maggio: “Il Primo Maggio non è in Piazza San Pietro con il papa che parla universalmente ai suoi figliuoli”.

Una manchevolezza del libro è forse la mancata citazione del militante comunista di base Luca Rossi, assassinato nel 1986 anche lui dalla Polizia di Stato, a pochi passi dalla sede dell’U.S.I. di piazzale Lugano 31. Come da foto di copertina tutti i compagni assassinati non vanno dimenticati!

Pierino Marazzani, settembre 2019

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Catherine Nixey
Nel nome della croce-la distruzione cristiana del mondo classico
Bollati Boringhieri, 2018, pagine 364, euro 24,00

La vicenda ricostruita dalla storica e giornalista Catherine Nixey in questo libro, pubblicato in Italia 2018 con il titolo “Nel nome della croce”, è quasi sconosciuta al grande pubblico, a parte qualche avvenimento specifico, come il barbaro assassinio di Ipazia. Eppure, essa ha avuto un’importanza fondamentale sui futuri sviluppi dell’assetto socioculturale del mondo occidentale nel successivo millennio.

Nella versione originale inglese del 2017 il titolo era The darkening Age, mentre il sottotitolo è uguale a quello della versione italiana: The Christian destruction of the Classical Word. Si potrebbe obiettare che il titolo originale sia più pregnante rispetto a Nel nome della croce, ma quest’ultimo ha dalla sua il fatto di richiamare la nostra attenzione sul significato simbolico di quella croce, e sappiamo bene quanto ciò sia importante nel Paese dei crocefissi.

I sedici capitoli in cui si snoda la narrazione coprono il periodo compreso tra il 385 e il 532 d. C.: partiamo da Palmira, dove “bande di fanatici barbuti vestiti di nero e dediti al saccheggio, armati con poco più che pietre, sbarre di ferro e un inflessibile senso di rettitudine morale, stavano terrorizzando i territori orientali dell’Impero romano”, per terminare con la chiusura dell’Accademia di Atene, la scuola di filosofia creata da Platone.

Ora, proviamo a metterci nei panni di un abitante di Roma del IV secolo d. C.: i barbari non sono ancora arrivati alle porte della città, ma hanno già iniziato le loro incursioni nelle province periferiche dell’Impero. Gli imperatori sono deboli e impotenti e l’ansia dei romani è accresciuta dall’imperversare di malattie, guerre e carestie. In una simile situazione, l’unica consolazione viene trovata in una religione che promette una seconda vita migliore della prima, anche se solo dopo la morte.

“Nel 312 d. C. l’imperatore Costantino si proclamò seguace di Cristo. Sotto i suoi auspici, la Chiesa fu esentata dalla tassazione e la sua gerarchia iniziò ad essere lautamente ricompensata. I vescovi erano pagati cinque volte la somma che spettava ai professori, sei volte rispetto ai dottori, quasi quanto i governatori locali. Gioia eterna nella prossima vita, avanzamenti di carriera in questa. Che cos’altro si poteva chiedere di più?” In realtà, però, il cristianesimo vedeva la battaglia per convertire l’Impero come la lotta fra il bene e il male.

Ma nella visione dei protagonisti di questa battaglia, una presenza costante, reale (e non metaforica) era costituita da demoni. Come scrive sant’Agostino, essi sono “maestri di depravazione, intenti a trastullarsi tra le oscenità”.

Più ancor delle orde dei barbari, gli scrittori cristiani erano ossessionati dai demoni che “stavano già sciamando, strisciando e imperversando su tutto il mondo”. Oggi di questa presenza dei demoni non si parla più, ma basta leggere la Città di Dio (titolo completo La Città di Dio contro i pagani) per capire la preoccupazione per cui “i teologi e i monaci del tardo IV secolo iniziarono a osservare e a registrare le abitudini di questa specie”, a supporto della lotta dei cristiani contro il male.

Da questo momento, i pensieri malvagi vengono attribuiti ai demoni: “una scusa stravagante con la quale si potevano ammettere liberamente i pensieri più peccaminosi.” Anche i templi pagani vengono considerati centri di attività dei demoni, che si nutrono con i sacrifici fatti dai romani. In questo periodo si comincia a credere che le altre religioni siano non solo sbagliate, ma anche “malate, folli, dannate, inferiori”.

Con l’Editto di Milano del 313 d. C. Costantino concede a tutti gli uomini la possibilità di seguire la religione che preferisce. In questa fase molti pagani aggiungono Cristo alla lista degli dei venerati.

Ma la cosa dura poco. Sempre più spesso i predicatori cristiani diffondono parole delle Sacre Scritture che affermano, come fa ad esempio il Deuteronomio, “Demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco le statue dei loro dei e cancellerete il loro nome da quei luoghi”.

In questo periodo alcuni intellettuali contestano la pretesa dei cristiani di essere i soli depositari della verità. Fra questi figurano personaggi di grande rilievo, come Galeno, Celso o Porfirio. Ma i loro scritti sono stati distrutti dai cristiani e sono andati persi per sempre. Paradossalmente, fu proprio Costantino, autore dell’Editto di Tolleranza, ad inaugurare la svolta con cui ha inizio la persecuzione del “nemici della Chiesa”. I pochi testi di Porfirio che si salvarono vennero poi bruciati, un secolo dopo, da altri imperatori cristiani, Teodosio II e Valentiniano II.

La persecuzione dei pagani da parte dei cristiani fa da contrappunto a quella di segno opposto che, tre secoli prima, era stata inaugurata da Nerone, il quale li aveva incolpati dell’incendio della capitale del 18 luglio 64.

La storia dei martiri cristiani condannati a morte da Nerone fu narrata nel 1895 in Quo vadis? dallo scrittore polacco Henryk Sienkiewicz, poi premio Nobel per la letteratura. Ma, secondo l’Autrice, le vicende narrate dagli storici cristiani devono essere passate al vaglio di una verifica critica, trattandosi di una narrazione fuorviante se non addirittura “una storica distorsione dei fatti”. Fino all’anno 300 le persecuzioni dei cristiani avvennero in tre riprese per un totale di meno di tredici anni. L’Impero Romano non si diede mai l’obiettivo di annientare il cristianesimo: se lo avesse voluto, lo avrebbe potuto fare senza alcuna difficoltà. In realtà, “per due secoli e mezzo il governo imperiale lasciò il cristianesimo in pace.”

Dopo quella di Nerone dobbiamo aspettare il 250 per vedere quella di Decio, della durata di un anno, seguita sette anni dopo da quella di Valeriano (per tre anni) e, cinquant’anni dopo, dalla “grande persecuzione”. Ma il numero totale dei martiri è stato enormemente gonfiato dagli storici cristiani. Nel 1684 lo studioso H. Dodwell scrisse un articolo, intitolato “Sull’esiguo numero dei martiri”: da questa e da altre ricerche si evince che molti dei presunti “martiri” non erano mai esistiti, mentre altri erano stati contati più volte o per vari motivi non potevano essere considerati tali.

A parte la persecuzione di Nerone, il primo scontro storicamente documentato tra cristiani e romani risale al 111 e non è dovuto a differenti ideali religiosi, bensì a un problema di ordine pubblico. Fu quando l’imperatore Traiano inviò in Bitinia Plinio il Giovane “con l’intento esplicito di rimettere in riga questa regione orientale”, dove la gestione amministrativa lasciava molto a desiderare.

Dalla corrispondenza fra l’imperatore e il suo inviato si viene a sapere però che quest’ultimo è stato mandato là per una “missione speciale”. Gli scrive infatti l’imperatore: ”Non dimentichiamoci che il motivo principale per il quale sei stato inviato in quella provincia è l’evidente necessità di attuare molte riforme.” Ma fra molte questioni amministrative ecco affiorare una lettera che chiarisce il motivo principale della missione di Plinio in quella regione: mantenere l’ordine pubblico prevenendo eventuali disordini dovuti al malcontento della popolazione nei confronti dei cristiani, che mettevano in discussione la venerazione degli dei tradizionali.

Per mantenere l’ordine, Plinio dovrebbe usare con i cristiani il pugno di ferro. In realtà, sia Plinio che altri governatori romani fanno di tutto per evitare, fin dove possibile, le esecuzioni. Le storie dei martiri cristiani parlano invece di una “possessione diabolica” di cui sarebbero stati preda gli accusatori pagani.

Sta di fatto che, meno di cinquant’anni dopo Costantino, fu proclamata la pena di morte per chiunque avesse osato sacrificare. Nel 392, ad Alessandria, una folla guidata dal nuovo vescovo, Teofilo, distrusse la statua e il tempio del dio Serapide, bruciando i libri contenuti in quella che veniva definita come la più grande biblioteca del mondo. Più tardi, nel 423, fu promulgata una legge in base alla quale i pagani ancora praticanti avrebbero dovuto essere uccisi. Pochi anni prima, nel marzo del 415, ad Alessandria i parabolani guidati da un “perfetto credente in Gesù Cristo” avevano fatto strazio del corpo di Ipazia, “luminosa figlia della ragione”.

Dobbiamo dare atto alla Nixey di avere saputo esprimere un giudizio equilibrato sulla funzione storica del cristianesimo che, accanto a questi spaventosi crimini, ha saputo svolgere anche una funzione positiva, salvando le biblioteche medievali e creando bellissimi codici miniati.

Ma non dimentichiamo mai, ci ripete più volte l’Autrice, che gli stessi intellettuali sono arrivati ad appiccare il fuoco alle proprie biblioteche. Che la distruzione della filosofia e della letteratura classica (o, almeno, il tentativo di distruggerla) nasceva dal presunto pericolo che esse rappresentavano per i cristiani. “La Chiesa era come un enorme filtro che agiva spietatamente su tutto lo scibile scritto, e i secoli durante i quali ebbe modo di esercitare il suo controllo erano la sua ‘membrana permeabile in modo selettivo’, permettendo ai ‘lavori cristiani di passarvi attraverso ed escludendo i testi dei nemici del cristianesimo’”.

A partire dalla conversione di Costantino ha inizio una vera e propria crociata contro la cultura dei pagani. Uno dei primi atti fu il suo ordine di bruciare le opere dell’eretico Ario e condannare a morte tutti quelli che possedevano i suoi scritti. Le autorità ecclesiastiche approvano e spesso raccomandano di bruciare i libri, il che avviene soprattutto nelle grandi città come Roma, Alessandria e Antiochia.

In questi secoli prende forma una nuova visione che sarà dominante fino alle soglie del mondo moderno. Se fino ad allora “c’erano state filosofiche rivali, ma tutte ugualmente valide, tutte ugualmente sostenibili”, ora per la prima volta c’era il giusto e lo sbagliato. Ora c’era quello che diceva la Bibbia e, da questo momento in poi qualunque altra credenza sarebbe stata sbagliata, mettendo in grave pericolo chiunque vi avesse aderito.”

Per Agostino i lavori che si opponevano alla dottrina cristiana non potevano avere alcuno spazio all’interno di una società cristiana. Egli si dichiarava molto soddisfatto per il rapido declino della filosofia atomistica nel primo secolo del dominio cristiano. Il fatto che nella filosofia greca convivessero idee tra loro in competizione era una riprova della loro falsità. Oggi la cultura laica ha rivalutato il ruolo fondamentale del dubbio nell’elaborazione del pensiero umano, ma abbiamo dovuto spendere due millenni per riappropriarci di un principio fondamentale che avevamo già individuato dal tempo della filosofia della Grecia classica.

L’idea che la dottrina cristiana dovesse essere considerata superiore alla filosofia greca non era, peraltro, basata sulla convinzione che quest’ultima fosse errata ma, soprattutto, sul fatto che fosse piena di materiale demoniaco. Sia la distruzione dei templi e delle statue dei pagani sia il rogo dei loro libri, non erano per i cristiani un atto di violenza, ma l’attuazione della volontà di Dio.

La distruzione dei testi classici fu il frutto di “una combinazione di ignoranza, paura e idiozia. Queste armi hanno un valore narrativo infimo, forse, ma quando non vengono poste sotto controllo possono raggiungere risultati spettacolari.” Della letteratura classica si è salvato meno del dieci per cento.

Il testo si chiude con la triste peregrinazione di Damascio, filosofo neoplatonico, e dei suoi compagni alla continua ricerca di un luogo dove poter proseguire la propria opera di ricerca e insegnamento, messa fuori legge dal cristianesimo. Avevamo già conosciuto questi filosofi nell’Introduzione: “Si aggiravano come se fossero dei fantasmi. Era un gruppo di sette uomini che nel 532 d. C. lasciò Atene, portando con sé opere di filosofia e poco altro.” Nell’ultimo capitolo li ritroviamo mentre si illudono di trovare il luogo adatto nella Persia di re Cosroe, ma invano. E il capitolo termina con l’amaro epilogo: Il trionfo del cristianesimo era completo”.

Andrea Càttania, 14 Novembre 2019

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Salvatore Cassarino
Nego nel modo più assoluto di essere ebreo
Sicilia Punto L, Ragusa, 2018, pagine 145, euro 10,00

Anche questo agile, ma ben documentato, saggio storico sostiene che “La Chiesa di quegli anni non si oppose all’allontanamento degli Ebrei dal consesso civile e dall’Italia” a seguito delle leggi razziali del 1938.

Il testo denuncia la presenza di residui di antisemitismo, o per lo meno di complicità con il passato clerico-fascista razzista, ancora presenti nell’Italia di oggi.

Infatti “se dopo 70 anni si ha ancora paura a scrivere i nomi di innocenti perseguitati ingiustamente da leggi miserrime vuol dire che la democrazia italiana deve ancora fare dei passi in avanti”.

Tale affermazione è inequivocabilmente provata dalle numerose fotocopie di documenti storici, parzialmente cancellati, che l’Archivio di Stato di Ragusa ha fornito all’Autore.

Anche l’aiuto che il Vaticano e settori del clero fornirono agli ebrei ricercati fra il 1943 e il 1945 è oggetto di dubbio dal punto di vista delle motivazioni: “Il Vaticano e le comunità religiose seppero che era in corso una caccia all’ebreo? L’aiuto dato dalla Chiesa agli italiani ebrei fu dettato da solidarietà o da un interessamento portato a favorire l’allontanamento dei Giudei dalla cattolicissima Italia?”.

Per l’Autore tale “persecuzione poliziesca e canagliesca” non fu contrastata a sufficienza dal Vaticano: “A parte gli aiuti della Chiesa, interessati o no che furono, il Vaticano si sentì in dovere di protestare, di fare sentire la sua voce?”.

Il testo ricorda anche alcune vittime ebraiche dell’Inquisizione siciliana: nel secolo XVI fu arso vivo Antonio de Jurato di Scicli, ebreo convertito a forza ma che praticava di nascosto la sua religione.

Pierino Marazzani, dicembre 2019

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Dacia Maraini dialoga con Claudio Volpe
Il diritto di morire
Società Editrice Milanese, Milano, 2018, pagine 126, euro 12,00

Il testo si batte contro le “ideologie intransigenti fanatiche” che pretendono di rendere prigioniero di una ideologia il nostro corpo.

Bisogna prendere atto dei gravi e importanti cambiamenti storici in corso che impongono di tenere conto della volontà dei cittadini: il Parlamento approvi una legge contenente l’idea che “il corpo appartiene a chi lo vive e può farne quello che vuole, purché non danneggi qualcun altro”.

È una battaglia di libertà contro i totalitarismi religiosi, ogni laico “dovrebbe difendere con le unghie e con i denti le sue libertà, fra cui quella di darsi la morte se la vita gli è diventata insopportabile”.

Ovviamente il libro delinea un tipo di suicidio il più possibile indolore: “la libertà di morire con dolcezza e senza sofferenze” deve essere garantita in ogni Stato civile.

Ma, per conquistare tale diritto, bisogna battere la casta ecclesiastica e la sua pretesa di dirigere e governare la nostra vita.

Sul caso di Eluana Englaro si rileva un’evidente contraddizione dei clericali: da un lato rivendicano che sia Dio a decidere chi debba vivere o morire ma, dall’altro, accettano di delegare a sofisticati macchinari, frutto della tecnologia umana, la sopravvivenza a lungo termine di certi gravissimi malati.

Altra contraddizione dei fideisti è quella di affermare che ogni malattia sarebbe una manifestazione della volontà di Dio di chiamare una persona a sé e quindi, a rigor di logica, ogni cura sarebbe contraria al volere di Dio.

Si rileva l’ingiustizia della Bibbia a proposito della leggendaria distruzione di Sodoma e Gomorra: Dio avrebbe messo a morte tali città solo per punire alcuni presunti peccatori.

La “mitologia familiare cristiana” suscita il totale scetticismo degli autori i quali vedono invece la realtà del nostro pianeta Terra la cui travagliata storia geologica, fatta di cataclismi quasi continui, è ben poco compatibile con un presunto Dio, tutto amore e misericordia, gabellato dalla teologia cristiana.

Pierino Marazzani, marzo 2020

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Lorenzo Guagnano
Il dialogo “De la causa, principio et uno” di Giordano Bruno (Lettura di un opera)
www.abrabooks.it, Vicenza, 2018, pagine 61, euro 12,00

Testo complesso, ricco di raffinati ragionamenti, dotato di una bibliografia di 23 testi, 162 note esplicative e di riferimento testuale.

Questo dialogo bruniano tratta dei due concetti fondamentali della metafisica antica: la Forma e la Materia, concepite come “sostanze” costituenti l’Universo.

La Materia, costituita da atomi, è il terreno che rimane identico sotto il divenire delle forme. Il primo contributo originale di Bruno rispetto alla tradizione classica è stato l’aver concepito la Forma non come separata dalla Materia, bensì unita con essa.

Il testo riconferma “il suo acceso criticismo nei confronti della Chiesa Cattolica” che “dovette costargli una riconosciuta fama di eretico”. La sua critica contro la fisica cattolico-aristotelica consiste principalmente nel rifiuto del modello tolemaico, geocentrico e finalista. Bruno ipotizza invece l’infinità dell’Universo e dei mondi innumerevoli.

La morale cristiana, soprattutto post-tridentina e luterana, avrebbe favorito l’insipienza in quanto reprimeva la scienza e la libera ricerca filosofica “nel segno dell’ignoranza” di studi troppo condizionati dalla Bibbia e dalla filosofia tomistica.

La concezione tradizionale platonico-aristotelica e cristiana della Materia era errata in quanto la sottovalutava e poteva portare anche a “sovvertire l’ordine naturale, dando esito a deviazioni sessuali in pratiche pederastiche” e misoginia. Infatti l’immagine della Materia era ricondotta dalla tomistica, come già suggerisce l’etimologia della parola (materia deriva da mater ‘madre’) ad una femminilità sinonimo di manchevolezza e lussuria.

In conclusione, questo libro, scritto da un giovane filosofo nato nel 1995, funge da apripista per nuovi e validi studi che rivalutino sempre di più il nolano.

Pierino Marazzani, aprile 2020

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Massimo Castoldi
Insegnare libertà (Storie di maestri antifascisti)
Donzelli, Roma, 2018, pagine 170, euro 23,00

Ottimo saggio storico, rigorosamente documentato, a sfondo biografico, su 12 figure di maestri antifascisti con riferimenti alla laicità della scuola e al fenomeno dell’analfabetismo di massa in Italia.

Tra i personaggi contemplati nel libro si segnala per il suo spirito laicista Carlo Fontana (1890-1959), maestro di Magenta (Milano), rarissimo caso di sposo con matrimonio civile, che rifiutò sempre ogni benedizione a scuola e per l’ora di religione “furono concesse aule in orario extrascolastico per i figli delle famiglie che ne avessero fatto richiesta”.

Per quanto riguarda l’analfabetismo di massa il testo segnala lo stato di abbandono, sia come numero di maestri, sia come locali fatiscenti, di molte scuole elementari site in paesetti di campagna, ancora in pieno secolo XX: un maestro racconta il suo primo giorno di scuola in una classe di 51 maschi e 43 femmine.

Pierino Marazzani, aprile 2019

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Rosario Romeo
Richelieu
(Alle origini dell’Europa moderna)
Donzelli, Roma, 2018, pagine 168, euro 28,00

Saggio storico biografico sul famoso cardinale statista seicentesco francese che ci ricorda come all’epoca erano previste “pene severe contro gli atei”.

La commistione fra Stato e Chiesa era totale: il re nominava a suo piacimento tutti i vescovi e abati in base al Concordato del 1516. Il Vaticano poteva solo verificare se il candidato avesse i requisiti canonici ma, anche se non li aveva, si poteva sempre acquistare una speciale dispensa, di cui appunto fruì anche Richelieu, vescovo a soli 21 anni!

Il testo documenta i “vastissimi” possedimenti clericali francesi e le solite discriminazioni chiesastiche contro i figli cosiddetti “illegittimi”, esclusi da ogni carica civile o religiosa.

In quell’epoca il tristemente noto cardinal Bellarmino (processi a Giordano Bruno e Galileo) teorizzò la dottrina politica detta “Legittimismo” a favore dei monarchi cattolici.

Non poteva mancare, trattandosi di cardinali, un presunto caso di avvelenamento fra di loro: il Richelieu fu sospettato per l’improvvisa morte del cardinal Berulle.

Tra le avventure militari seicentesche dell’esercito pontificio l’Autore segnala quella in Valtellina, conclusasi con la cessione ai francesi di alcune fortezze.

Pierino Marazzani, aprile 2020

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Andrea Giraudo e Matteo Rivoira
Predicazione e repressione
(Processi e letteratura religiosa)
Claudiana, Torino, 2018, pagine 215, euro 14,00

Saggio accademico con ricca bibliografia e Indice dei Nomi, che ci ricorda la barbarie inquisitoriale degli arrosti di carne umana nei confronti di persone accusate di eresia, solo l’abiura li salvava dal rogo: “chi è bruciato dal fuoco benedetto non è bruciato dal fuoco maledetto”.

Alcuni capitoli sono in francese poiché il testo tratta soprattutto degli eretici che si richiamavano alla predicazione di Valdo di Lione e del catarismo, diffuso soprattutto nel sud della Francia. La studiosa del catarismo medievale Daniela Muller precisa comunque che l’Inquisizione, a Roma in particolare, rimase in funzione fino al secolo XIX con le sue carceri, i suoi armigeri e aguzzini addetti alla tortura dei sospettati e dei testimoni reticenti.

Il testo fornisce alcuni calcoli numerici sui condannati dall’Inquisizione medievale ma, purtroppo, la maggior parte dei relativi verbali sono andati persi. Ad esempio per il solo 1246 sono state documentate ben 207 sentenze inquisitoriali, in val d’Aosta si contano 19 persone arse sul rogo nel Medioevo ecc.

La responsabilità ultima ricade sul papato, il vero mandante è il pontefice.

Gli Autori citano papa Innocenzo IV che autorizzò con apposita bolla “l’interrogation doulourose, autremont dit la torture”.

Anche i vescovi diocesani erano coinvolti nelle carcerazioni, nelle sevizie e nei roghi poiché un “vicario del vescovo” era sempre presente nei processi per eresia.

Il testo approfondisce la questione dei sermoni religiosi medievali ascrivibili a laici valdesi, tali scritti erano raccolti e bruciati dall’Inquisizione, ma nei suoi verbali ne rimangono alcuni poiché costituivano un grave indizio di reato ereticale: “la parola dei laici fu temuta e sanzionata come grave usurpazione della prerogativa sacerdotale”.

I valdesi respingevano il truffaldino mito del Purgatorio, inventato dai preti per spillare quattrini ai parenti del defunto peccatore. Essi proponevano un “apostolato in povertà” e lottavano contro la scandalosa immoralità di certi preti.

Il testo riconferma la grande diffusione dell’eresia catara in Lombardia e del valdismo in Italia alla fine del secolo XII.

Pierino Marazzani, luglio 2020